Come spiega Roberto De Vita, professore, avvocato, Presidente dell’Osservatorio dell’ Eurispes, «Il revenge porn è parte di un più ampio fenomeno, la pornografia non consensuale (NCP), non necessariamente connesso a “vendette di relazione” e che attiene alla condivisione/diffusione digitale, senza il consenso della persona ritratta, di immagini di carattere sessuale: immagini riprese consensualmente o volontariamente nel corso di un rapporto sessuale o di un atto sessuale ma destinate a rimanere private o ad essere condivise privatamente; immagini carpite da telecamere nascoste; immagini sottratte da dispositivi elettronici; immagini riprese nel corso di una violenza sessuale».

Questo fenomeno, secondo un recente studio del 2019 dell’ American Psychological Association, colpisce quasi 1 persona su 10con percentuali ancora più elevate nel caso dei minori. Molteplici sono le ripercussioni psicologiche sulle vittime.

Secondo una ricerca svolta da Cyber Civil Right Initiative, il 93% di loro ha dichiarato di avere percepito un forte stress a livello emotivo e psicologico; l’82% ha sofferto danni in termini sociali e occupazionali; il 34% ha assistito alla distruzione delle proprie relazioni familiari, il 13% di quelle sentimentali. Conseguentemente alla pubblicazione di immagini private, il 49% ha dichiarato di aver subito molestie online da utenti sconosciuti. Più di metà delle vittime confessa di aver pensato al suicidio.

Grazie alla campagna di Silvia Semenzin e Lucia Bianotti, chiamata “Intimità violata”, il revenge porn viene definito reato punibile ai sensi dell’art. 612 ter del Codice Penale. Anche in Italia dunque, da luglio 2019, il “Codice Rosso” (disegno di legge proposto e infine approvato) prevede che il revenge porn sia punito con la reclusione da uno a sei anni e una multa da 5000 a 15.000 euro. Le stesse misure si applicano a chi diffonde questo materiale. La pena aumenta se il responsabile è un coniuge, ex partner o la pubblicazione avviene tramite strumenti informatici mentre è aumentata da un terzo alla metà se i fatti sono commessi nei confronti di una persona con condizione di inferiorità fisica o psichica o di donna in stato di gravidanza. Se l’immagine è di un minore scatta l’accusa di detenzione e diffusione di materiale pedopornografico. Tale reato viene punito con la reclusione da uno a cinque anni e una multa da 2.582 a 51.645 euro.