MUTILAZIONI GENITALI FEMMINILI

Le mutilazioni genitali femminili (MGF)

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), con l’espressione “mutilazioni genitali femminili” (MGF) si fa riferimento a tutte le “pratiche di rimozione parziale o totale dei genitali femminili esterni o ad altre alterazioni indotte agli organi genitali femminili, effettuate per ragioni culturali o altre ragioni non terapeutiche”. Già da questa prima definizione risulta evidente che si stia parlando di procedure invasive e dolorose, spesso praticate su bambine senza anestesia, in contesti privi di condizioni igieniche adeguate e da persone non formate. Proprio per questo, le MGF vengono considerate dal diritto internazionale come una violazione dei diritti umani che può configurarsi come tortura o trattamento inumano e degradante: esse rappresentano infatti una forma di violenza di genere e un abuso fisico e psicologico.

Le diverse tipologie di MGF

Una volta analizzata la definizione, risulta utile individuare i diversi tipi di pratiche che questo fenomeno può assumere. 

In questo senso, nel 2008 OHCHR, UNAIDS, UNDP, UNECA, UNESCO, UNFPA, UNHCR, UNICEF, UNIFEM, WHO hanno pubblicato un dossier congiunto intitolato “Eliminating Female genital mutilation – An interagency statement” che individua e distingue quattro tipologie di mutilazioni genitali: grandi labbra, con o senza escissione del clitoride (c.d. infibulazione). 

Tipo 1: asportazione parziale o totale del clitoride e/o del prepuzio (c.d. clitoridectomia) 

Tipo 2: asportazione parziale o totale del clitoride e delle piccole labbra, con o senza escissione delle grandi labbra. 

Tipo 3: restringimento dell’orifizio vaginale con creazione di un sigillo di copertura mediante taglio e apposizione delle piccole labbra e/o delle grandi labbra, con o senza escissione del clitoride (c.d. infibulazione). 

Tipo 4: non classificato, comprende tutte le altre procedure dannose ai genitali femminili per scopi non medici, ad esempio punture, piercing, incisioni, raschiamenti e cauterizzazioni.

Come si svolgono le MGF?

Gli interventi riguardanti le MGF vengono spesso eseguiti da una donna “esperta” del villaggio che offre questo servizio dietro compenso, utilizzando tecniche che vengono tramandate in ambito familiare e che, nella maggior parte dei casi, non si basano su alcuna competenza medica o chirurgica. 

Solitamente in queste operazioni vengono impiegati strumenti rudimentali e di uso comune (non è raro l’utilizzo di pezzi di vetro, lamette, coltelli, rasoi e forbici) che molto spesso non vengono sterilizzati; inoltre anche l’ambiente in cui la procedura viene eseguita non presenta condizioni igieniche adeguate. L’intervento viene normalmente effettuato senza anestesia e la capacità della bambina di sopportare il dolore è interpretata come un segno di coraggio e forza, diventando motivo di orgoglio per la famiglia e per l’intera comunità, tant’è che spesso madri e nonne partecipano in prima persona alla procedura, collaborando con la levatrice. 

In alcune comunità africane, la mutilazione, interpretata come un passaggio simbolico verso l’età adulta, assume anche una dimensione rituale venendo accompagnata da cerimonie che coinvolgono tutto il villaggio. Sebbene i dati UNICEF mostrino che negli ultimi anni si sia registrato un aumento della medicalizzazione delle MGF (su circa 200 milioni di donne che hanno subito una mutilazione genitale, circa il 34% delle adolescenti e il 16% delle donne comprese tra i 45 e i 49 anni, hanno subito questa pratica per mano di un operatore sanitario), anche quando ad eseguirle sono professionisti, si tratta comunque di interventi che compromettono l’integrità fisica e psicologica delle donne, e che sono pertanto riconosciuti come gravi violazioni dei diritti umani. Risulta pertanto fondamentale ricordare che, come ha affermato Henrietta Fore, direttrice dell’UNICEF: “Medicalizzare la pratica non la rende sicura, morale o difendibile”.

Le motivazioni dietro alle MGF

I motivi che spingono a ricorrere alle mutilazioni genitali femminili sono molteplici e profondamente radicati nelle tradizioni culturali di alcune comunità. Tra queste vi sono senza dubbio ragioni di natura sessuale, legate alla volontà di controllo della donna: la riduzione della sua sessualità e la garanzia della sua “purezza” sono spesso considerate elementi fondamentali per l’onore familiare. Altre motivazioni riguardano la sfera sociologica, vedendo la mutilazione come un rito di passaggio dall’infanzia all’età adulta e come una condizione necessaria per essere accettate all’interno della comunità. 

Non mancano poi ragioni religiose e culturali, basate su interpretazioni errate e tradizioni consolidate, secondo cui le MGF sarebbero previste da testi sacri o pratiche rituali (come la Sunna), nonostante nessuna religione ne imponga realmente l’obbligo. In alcune culture, le mutilazioni vengono giustificate con presunte motivazioni igieniche o estetiche, considerando i genitali femminili come impuri, fonte di infezioni o “antiestetici”. Infine, altre credenze, anch’esse scientificamente infondate, attribuiscono alla pratica effetti sanitari positivi, come un aumento della fertilità o una maggiore sicurezza durante il parto.

Chi sono le vittime delle MGF? 

Il fenomeno delle mutilazioni genitali femminili è generalmente riconosciuto come grave forma di violenza di genere, questo perché le principali vittime di queste atroci pratiche sono donne e bambine dai 15 ai 50 anni. Tuttavia l’età e il tipo di mutilazione praticata dipendono dalla cultura e dalla comunità di appartenenza: per esempio in alcuni Paesi dell’Africa e dell’Asia come Eritrea, Mali e Yemen le bambine vengono operate già a pochi giorni dalla nascita.

Secondo le stime dell’ONU, oltre 250 milioni di donne e ragazze nel mondo hanno subito una forma di MGF, e altri 68 milioni rischiano di esserne vittime entro il 2030: si tratta di cifre allarmanti che sottolineano in maniera inequivocabile la portata e la gravità di questo fenomeno. 

Le conseguenze a breve e lungo termine

Le vittime delle mutilazioni genitali femminili subiscono atti umilianti, dolorosi e soprattutto rischiosi per la loro salute fisica e mentale. Le conseguenze a cui vanno incontro le donne e le ragazze sono molteplici e possono manifestarsi sia nell’immediato sia nel lungo periodo. 

Nell’immediato, oltre al dolore indescrivibile che provano durante l’intervento, le MGF possono essere responsabili di shock emorragico che può addirittura portare alla morte, gravi infezioni, ritenzione urinaria e ulcerazione delle zone interessate. Nel lungo periodo si possono verificare gravi conseguenze come: calcoli e cisti, crescita abnorme del tessuto cicatriziale, aumento del rischio di contrarre HIV, AIDS, epatite e altre malattie veicolate dal sangue, infertilità e maggiore rischio di mortalità durante il parto. Inoltre, come già detto in precedenza, l’operazione può rappresentare anche un grande trauma a livello psicologico: il dolore e lo shock provato dalle donne durante la procedura sono così intensi da provocare ansia, depressione e futuri disturbi comportamentali.

La localizzazione del fenomeno

Sebbene possa apparire come un fenomeno marginale, dati recenti dimostrano che la pratica delle mutilazioni genitali femminili sia ancora attiva in quasi 40 Paesi del mondo: circa 30 di questi appartengono al continente africano, dove avviene l’80% dei casi di MGF. Secondo i dati UNICEF, nel 2015 i dieci Paesi africani dove le percentuali di donne e ragazze vittime di MGF risultano particolarmente rilevanti sono: Somalia (98%), Guinea (97%), Gibuti (93%), Egitto (91%), Sierra Leone (90%), Mali (89%), Sudan (87%), Eritrea (83%), Burkina Faso (76%), Gambia (75%).

Inoltre i dati evidenziano che in Gambia il 56% delle bambine di età inferiore ai 14 anni ha subito mutilazioni genitali, percentuali simili vengono riscontrate anche in Mauritania, Guinea, Eritrea e Sudan. Tuttavia, il fenomeno si presenta anche in alcune zone del Medio Oriente, dell’Asia e dell’America Latina; inoltre, per effetto dell’immigrazione, si registrano casi anche in Europa, Australia, Canada e Stati Uniti, dove gli episodi, avvenendo nella più totale illegalità, sono difficilmente registrabili. 

Il contrasto alle MGF: un compito di tutti 

Grazie al diffuso impegno a livello internazionale e al sempre più alto grado di istruzione e conoscenza di queste pratiche, negli ultimi due decenni la percentuale di donne provenienti da Paesi ad alta incidenza che si sono opposte a questa pratica è cresciuta in maniera esponenziale, facendo così diminuire la probabilità che queste vengano sottoposte a mutilazioni genitali femminili. 

Anche a livello istituzionale sono stati registrati importanti sviluppi sul tema, attualmente i principali strumenti adottati per il contrasto alle mutilazioni sono il Protocollo di Maputo, le Risoluzioni delle Nazioni Unite e gli interventi nazionali dei Paesi maggiormente colpiti dal fenomeno. Il Protocollo di Maputo, adottato dall’Unione Africana l’11 luglio 2003, è stato il primo trattato sui diritti delle donne firmato in Africa per denunciare e condannare ufficialmente tutte le pratiche tradizionali lesive dell’integrità fisica e psichica delle donne, come le mutilazioni genitali femminili. [6] 

Anche le Nazioni Unite si sono schierate contro queste pratiche: nel report del 2008 del Relatore Speciale sulla Tortura ed altri Trattamenti o Pene Crudeli, Inumani e Degradanti si dichiara che “tutte le operazioni, di tipo culturale e non, che causano sofferenza, dolore e compromettono l’integrità di una persona, debbano essere considerate come atti di tortura sulla base del diritto consuetudinario”. Inoltre, l’Assemblea Generale ha presentato due Risoluzioni che condannano le MGF e riaffermano il divieto di utilizzare le tradizioni, le credenze religiose o i costumi come giustificazioni per causare ogni forma di violenza. 

Dal punto di vista delle singole iniziative nazionali, ventuno Paesi africani hanno pubblicamente dichiarato di voler debellare le tradizionali pratiche di mutilazione. Tra questi troviamo Paesi come il Sudan, che ha recentemente approvato un decreto che inserisce nel Codice penale il divieto di MGF, il Gambia e la Nigeria che nel 2015 hanno messo fuori legge tali pratiche, e l’Egitto che nel 2016 ha presentato una legge a contrasto di tale violenza. Purtroppo, a causa della radicata tradizione culturale su cui si basa il fenomeno, spesso queste azioni risultano essere solo “di facciata” poiché i Paesi sopra citati restano ancora i luoghi con il più alto tasso mondiale di vittime di mutilazioni genitali. Un ruolo altrettanto importante è riservato all’informazione: l’educazione e l’empowerment femminile sono fattori determinanti per il contrasto al fenomeno delle mutilazioni genitali femminili. 

È importante ricordare che sensibilizzazione, educazione, sostegno alle comunità e protezione delle potenziali vittime sono passi fondamentali per contrastare questa pratica: più le ragazze e le donne sono coscienti dei rischi e della natura del fenomeno, tanto meno saranno favorevoli ad accettarlo. Le organizzazioni impegnate nella tutela dei diritti umani lavorano quotidianamente per garantire informazione, prevenzione e supporto alle donne vittime o a rischio di mutilazioni, consapevoli che solo attraverso un approccio culturale rispettoso ma fermo, basato sul dialogo e sull’empowerment, è possibile promuovere un cambiamento reale e duraturo.

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