LA VERIFICA DELL’ETA È UN PUNTO DI INIZIO, NON DI FINE

La Commissione Europea introduce la “Zero Knowledge Proof” per vietare l’accesso dei minori ai social, togliendo ogni scusa alle Big Tech. Ma basta veramente per garantire la sicurezza ? Questo articolo analizza il rischio di delegare l’educazione agli algoritmi, ricordando che la tutela non si ottiene con il divieto, ma dalla capacità di educare degli individui consapevoli nel mondo digitale.

Cos’è la verifica dell’età e come funziona?

Il 16 aprile 2026 la Commissione Europea ha proposto un’applicazione di verifica dell’età  che dovrà essere applicata da tutti gli stati membri, al fine di protegge i minori dai pericoli online.

Il concetto rivoluzionario dell’applicazione è la  ‘Zero Knowledge proof’: nel pratico significa che l’applicazione rivelerà solamente l’età e non tutto il corredo di dati personali nel momento in cui verrà chiesta la verifica dell’età all’utente. 
Come detto dalla stessa Von der Leyen, ora, per le big tech ‘non ci saranno più scuse’: se fino a questo momento si sono ritratte da sistemi di verifica dell’età per difendere i loro interessi economici, sostenendo che questi fossero inefficaci e irrispettosi della privacy, tramite questa applicazione, viene fornito uno strumento approvato, open source e sicuro; 
 le big tech saranno tenute a motivare la non-implementazione. 

La zero knowledge proof è un importantissimo passo avanti in quanto fino ad ora la verifica dell’età era affidata a strumenti rudimentali o intrusivi: l’autodichiarazione, facilmente aggirabile, la scansione di documenti con tutti le possibili violazioni della privacy annessi al caso o la stima dell’età tramite i dati biometrici con l’IA, con i margini d’errore annessi e, anche qui, le possibili violazioni della privacy.

La delega agli algoritmi, ce ne stiamo lavando le mani?

Tuttavia,  per quanto questa app di verifica dell’età sia un passo fondamentale per la tutela dei minori, dall’altro canto solleva degli interrogativi a livello etico-educativo: a chi viene delegata l’educazione dei minori? Stiamo forse delegando le responsabilità educative di scuole e genitori alla tecnologia, sul presupposto che vietare sia sufficiente? 

La verifica dell’età rischia di diventare espressione del tecnosoluzionismo, ossia dell’illusione che un problema umano complesso (in questo caso, il modo in cui vengono utilizzate le piattaforme social dagli umani stessi) possa essere risolto tramite la tecnologia. 
Molto spesso tendiamo a pensare che tutto sia determinato dai social e rigettiamo la colpa sulle piattaforme in se, senza mettere in discussione l’utilizzo che noi stessi ne facciamo o il ruolo che ricopriamo nei confronti dei minori che ci circondano. Difficilmente nell’affrontare queste tematiche ci riconosciamo come soggetti attivi.  

In questo caso, il rischio è che il software vada a sostituire la scuola o il genitore, utilizzando il divieto come unico messaggio educativo. Ma come ben sappiamo, vietare non è educare; ma anzi stiamo solo posticipando delle problematiche che potrebbero presentarsi in futuro, una volta che questi minori saranno degli adulti. 

L’Art. 12 della Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia sancisce il diritto all’ascolto e alla partecipazione. Escludere i giovani con dei limiti dell’età, può sì da una parte proteggerli, ma dall’altra se non li si coinvolge in un percorso di alfabetizzazione digitale si rischia di violare questo diritto. Invece di creare cittadini digitali consapevoli, rischiamo di creare in loro un istinto di ribellione, che li porterà a scavalcare i limiti imposti (tramite VPN e account falsi) invece di imparare a vivere nel mondo digitale.

La sicurezza non è mancanza di rischi, ma capacità di gestirli

Arrivati a questo bivio etico-tecnologico, forse non ci dobbiamo più domandarci solo se la verifica dell’età sia efficace o meno, ma piuttosto se questo sia il risultato di un fallimento sociale o il principio di una responsabilità condivisa. 
Le app di verifica dell’età non possono essere considerate una soluzione definitiva.

Se manteniamo e accettiamo le piattaforme social per come sono, queste rimarranno degli spazi negativi e dannosi: basate su algoritmi che provocano la dipendenza, lo scroll infinito, che accrescono polarizzazione e incitano all’odio. Mettere un ‘recinto’ e decidere arbitrariamente in base all’età chi possa accedervi o meno, non risolverà questi problemi. 

I minori oggi coinvolti, un giorno saranno dei 13-16-18enni che un giorno potranno finalmente accedere a queste piattaforme e correranno il rischio di farlo da ‘analfabeti digitali’, se non implementiamo delle misure a livello educativo oltre al divieto, che può essere utile fino ad un certo limite. Va compreso che la sicurezza non è l’assenza di rischi, ma la capacità di gestirli. I diritti umani digitali dei minori non si tutelano chiudendoli in una bolla, ma fornendo loro gli strumenti per comprendere il mondo, soprattutto quello digitale, che al giorno d’oggi è una componente importantissima delle nostre vite. La responsabilità collettiva, composta da Stato, famiglie, scuole e Big Tech, non deve avere come obiettivo quello di creare un mondo digitale senza pericoli, ma individui consapevoli nel mondo digitale (e non). 

In conclusione la verifica dell’età non deve essere il punto di arrivo, così ce ne possiamo lavare le mani e pensare di aver risolto il problema. Deve essere, al contrario, il punto di partenza.

 Fonti

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